All’arrivo ad Asmara le sensazioni si mescolano: l’organizzazione dell’aeroporto, con i numerosi addetti alle più irrilevanti incombenze, è propriamente africana; ma il centro cittadino è quanto di meno africano si possa immaginare.

Lungo la via principale, Harnet Avenue, la cui toponomastica ha seguito le vicende storiche del paese, da viale Mussolini a viale della Liberazione, si allineano, ordinati e piuttosto ben conservati, edifici della migliore architettura.
Complice, forse, il prezzo del carburante e la difficoltà di approvvigionamento, il traffico è scarso a tutte le ore del giorno, privando così Asmara di quel caos di veicoli, rumore, polvere che contraddistingue il cuore di ogni capitale africana e strazia il turista che vi giunge.

Sui larghi e lindi marciapiedi si affacciano i bar nei quali, insieme alle vetuste macchine per il caffè, ai curiosi espositori per le torte simili ad alberi, si è conservata la tradizione del cappuccino, abbinata alla novità della pizzetta a colazione.
Ai tavolini all’aperto del Bar Impero e della Pasticceria Moderna, sul lato nord, siedono numerosi gli uomini della città, eleganti nella loro disoccupazione, vera piaga del paese; i più sorseggiano un bicchiere di tè aromatizzato alla menta e verso sera, all’ora del passeggio, è quasi impossibile trovare un posto libero.
Anche i mendicanti, così come i venditori di sigarette, fazzolettini e gomme da masticare, non rispettano la tradizione africana: sono pochi e discreti.

Poi, superata questa prima impressione di arcadia in terra d’Africa, svoltato l’angolo, le costruzioni iniziano a farsi decrepite, al mercato si riciclano montagne di latta e telai di seggioline da scuola, aratri preistorici sono intenti a preparare la semina in campi di sassi, una successione di serrande sprangate su negozi vuoti, cammelli che trasportano l’acqua in bidoncini gialli riciclati dai contenitori dell’olio, uomini e donne in attesa.

Tutto concorre a trasmettere un senso di sospesa realtà.
E’ la realtà di un paese che, dopo l’occupazione, la guerra di indipendenza, il conflitto recente con l’Etiopia, non trova, come molti altri nel continente nero, un suo ruolo, un suo posto nella storia di oggi, una sua economia, una sua felicità.
Intanto incombono e già si presentano, nuovi colonizzatori, i “mercanti” stranieri dei grandi resort turistici alle isole Dhalak, delle prospezioni minerarie e petrolifere.

Asmara è il risultato di una sorta di “laboratorio di architettura” del periodo coloniale, soprattutto di epoca fascista.
Come se la progettazione della città fosse stata affidata alla fantasia, alla voglia di sperimentare di giovani architetti e ingegneri dell’epoca, senza imporre loro vincolo alcuno; lasciandoli liberi, eventualmente, di sbagliare, perché si era comunque lontano da casa. Ma Asmara non è solo architettura: è il clima piacevole a tutte le ore, non troppo caldo di giorno né troppo fresco la sera; sono gli incontri per le vie della città e ai tavolini dei bar.
E’ una città piacevole da percorrere e in cui sostare un po’ più a lungo, anche perdendosi nei mercati e nei cortili dei luoghi di culto, chiese o moschee che siano.

Ai tavolini all’aperto dei bar di Harnet Avenue gli incontri si susseguono piacevoli: la città è piccola, i turisti ancora pochi; per molti signori del posto, non più giovani, è l’occasione di ripassare la lingua appresa molti anni fa.
Motivo di un approccio può essere il saluto in Italiano, qualche vecchia moneta in vendita, e anche una sorta di malinconica interrogazione sulla storia passata. Sicuramente una esperienza da non perdere il sentirsela raccontare da chi stava dall’altra parte, da chi sta da questa parte.
Il mercato Medebar, nel caravanserraglio a nord di Enda Mariam, merita una visita, e un ripensamento sul nostro stile di vita. Vi si trovano all’opera decine di artigiani, in minuscole botteghe che paiono accatastate, come lo sono i rottami al loro esterno.
Per lo più fabbri intenti a battere e a saldare; a recuperare ogni sorta di materiale metallico per farne ogni sorta di nuovo utensile: mestoli, pentole, coperchi, reti per i letti, forni e piccoli bracieri dove la fantasia, la voglia di grazia, comunque, dell’artigiano ritaglia la sagoma di un cuore, nella base che già fu una latta per l’olio.
Accanto ai fabbri, qua e là in crocchio donne accovacciate per terra, intente a sfilettare montagnole di peperoncini rossi e aglio, per la preparazione del berberè, rendono l’aria densa di polveri urticanti e di starnuti.

Non molto distante è il mercato delle granaglie e delle spezie dove l’eleganza dell’architettura italiana si fa bella di forme, colori, aromi africani: nelle catinelle allineate lungo i banchi è esposta con arte una ampia varietà di lenticchie e fagioli, di ogni forma e colore; montagnole di spezie segnano gli scaffali con minuscole catene montuose dalle pendici fiammeggianti; qua e là un banco di frutta introduce un ordine e una gamma cromatica diversi. Dietro alle merci, nell’ombra, si fatica a scorgere uomini e donne che ingannano l’attesa in gruppi di cicaleccio o assorti in solitario silenzio.
Il rintocco delle campane si mescola al suono del muezzin, quando è l’ora della rispettiva preghiera.
Asmara vanta chiese e moschee e la possibilità di visitarle; sembra concedere a ciascuno il diritto di praticare il suo culto, persino nella lingua che più gli si confà: il Rosario in Italiano e la preghiera araba, recitati da fedeli in abiti occidentali e donne velate.
Nessun integralismo, almeno all’apparenza; è questo un paese nel quale puoi essere salutata con un abbraccio, o indotta a ritirar la mano quando cogli l’imbarazzo di chi, uomo, non è ammesso a stringertela.