A meno di 100 km di distanza e circa 1000 metri più in basso di Asmara, è Keren, collegata alla capitale da una strada asfaltata, e in passato dalla ferrovia voluta dagli Italiani, attraverso un suggestivo paesaggio piantumato a cactus.
La città è nota ai nostalgici per i due cimiteri dell’epoca coloniale: il “Cimitero Militare Italiano degli Eroi” e il Cimitero di guerra britannico; la sua posizione strategica, al crocevia delle direzioni di Asmara e Agordat, ne ha fatto il luogo di più battaglie di più guerre.
Anche qui, per le vie della città si incontrano graziosi esempi di architettura di epoca fascista, come l’immancabile Cinema Impero con le sue geometrie addolcite dai profili curvilinei.
E’ sufficiente addentrarsi nelle vie del mercato per ritrovare la più autentica atmosfera africana. Sulla strada si affacciano bassi edifici con un piccolo portico, la cui copertura di lamiera ondulata si regge su ancor più bassi pilastri.
La merce è esposta con ordine: distese di variopinti tessuti si alternano a scaffali, pile, trecce e teorie di oggetti di latta, frutto del riciclaggio di svariati contenitori, per lo più di salsa di pomodoro, arancia liofilizzata, insetticida, trasformati in mestoli, casseruole e curiose lampade a olio.
Di queste ultime, mirabile esempio dell’arte di arrangiarsi con poco, esistono più versioni: le semplici, dotate solo di manico e porta stoppino svitabile e quelle accessoriate, con saldato sopra un piccolo imbuto per la carica dell’olio.
Stante la specializzazione delle singole botteghe, per dotarsi di un lume funzionante è necessario spostarsi al portico accanto dove, con un procedimento simile a un rito, servendosi ad arte di una paglia, un compunto commesso inserisce lo stoppino nel pertugio al quale è destinato.
Poi, si tratta di acquistare l’olio.
Il lunedì mattina, alla periferia della città si tiene il mercato del bestiame: diversi recinti con capre, buoi e cammelli.
Intorno uomini che, lontano dalla capitale, indossano abiti tradizionali e riparano la testa con il turbante; anche le donne hanno abiti lunghi dalla foggia tradizionale e i colori sgargianti.
I cammelli, gli stessi dell’ologramma sul visto, osservano indifferenti il via vai o ingaggiano furiose battaglie a colpi di collo.
E’ curioso come, lontano dai paesi industrializzati, le gamme cromatiche stiano in armonia tra loro: qui il colore dei cammelli è lo stesso del fondo di terra e polvere, i lunghi grembiuli dialogano col colore del cielo.
Poco lontano dalla città sta la “Madonna del baobab”, St. Maryam Dearit: nel tronco di un albero secolare è ricavata la cappella che diede protezione ad un gruppo di soldati italiani sotto il fuoco aereo britannico; accanto sorge il santuario dedicato alla Vergine.
Il luogo merita una visita per l’imponenza dei viali alberati che conducono alla cappella, l’atmosfera sospesa in attesa della folla di fedeli, la cordialità del custode e la splendida veduta sulle vallate circostanti.