Una nuova strada asfaltata collega Asmara a Massawa passando per Filfil, l’ultima area di foresta tropicale che sopravvive nel paese. La zona è Parco Nazionale; oltre al solito permesso, a un posto di blocco lungo la via è richiesto il pagamento di un biglietto di ingresso.
Oltre agli alberi ad alto fusto, il luogo ospita numerose specie di animali, ma anche il solo percorso è di per sé spettacolare per gli impressionanti scorci panoramici che vi si incontrano.
La strada si snoda in una serie di tornanti a picco sulla foresta, aprendo a scenari sempre diversi.
Sul tragitto si incontrano i consueti gruppi di studenti riconoscibili dal maglioncino colorato, postazioni militari, soldati in cammino e altri nascosti negli anfratti delle rocce.
Sostando qua e là per godersi il panorama, è possibile imbattersi in ragazzini, sbucati non si sa da dove, incuriositi dalla rara presenza di un auto e ben disposti a scambiare qualche parola.
Lasciata la montagna, il paesaggio torna a farsi brullo; la foresta cede il posto ad una zona semidesertica.
Ai lati della strada qualche desolato villaggio fatto di capanne di arbusti; gruppi di uomini seduti sotto una pergola di rami secchi e plastica, le montagne sullo sfondo.
Sulla via greggi di capre, cammelli e bambini a dorso di asino, di ritorno dall’approvvigionamento d’acqua con taniche gialle e svariati recipienti che pendono dai fianchi dell’animale.
Giunti nei pressi di Massawa si ha ormai conferma di quanto si dice a proposito delle “quattro stagioni in un giorno solo”: dalla foresta, al deserto, al mare, accompagnati da un continuo variare del clima in poche ore e pochi chilometri, da fresco a caldo torrido.
Come alternativa, è possibile percorrere l’altrettanto suggestiva strada che, incrociando e affiancando a tratti il tracciato della ferrovia, passa per Ghinda e collega la capitale al mare. Se si viaggia in autobus è da prevedere una sosta di circa un’ora, occasione per osservare la vita scorrere lungo le vie, ammirare il muoversi elegante delle signore in lunghi abiti dalle tinte accese, aggiornarsi sul locale colore dei maglioncini da scuola, probabilmente viola coi bordi gialli, e resistere ai pochi bambini addetti alla vendita delle più stravaganti mercanzie: pannocchie arrostite, semi di ogni genere tostati, sacchetti di minuscoli limoni e persino canestri di paglia variopinta intrecciata.
Arrivare verso sera a Massawa, avendo lasciato da poco la capitale e attraversato la foresta di Filfil è davvero un brutto colpo.
Al di là del ponte che collega alla terraferma l’isola di Taulud, il primo incontro lo si fa con il monumento a… chi lo sa? Un gruppo di carri armati minacciosi che paiono in procinto di ripartire.
Poi, allineati lungo le vie disposte a scacchiera, ci si imbatte in numerosi edifici dei quali colpisce lo stato di abbandono, l’impressione di un passato, ormai spento, splendore.
Anche gli alberghi, evidentemente di standard medio alto, ma per lo più deserti e rovinati, contribuiscono all’atmosfera spettrale.
Solo alcuni piccoli autobus gialli carichi di passeggeri percorrono incessantemente i viali che portano all’isola di Massawa, o Wushi Batsi; unico segno di vita insieme ai ragazzini che raccolgono le fronde di alberi appena potati.
Si dice che la città sia stata tra le più belle sul Mar Rosso; che i suoi edifici riflettano nello stile le varie occupazioni, da quella turca a quella italiana.
Ora l’impressione è che riflettano piuttosto le varie distruzioni: qui più che altrove sono ancora ben visibili i segni dei diversi conflitti.
Appena prima del secondo ponte, quello che fu il Palazzo imperiale è sormontato dai resti di una cupola sventrata; al di là del ponte, su Batsi, numerosi edifici portano ancora i segni dei bombardamenti aerei e dei colpi sparati dall’artiglieria etiope nel corso della guerra di liberazione, tra il 1990 e il 1991.
Tra gli altri colpisce quello che fu del Banco d’Italia, dove sembra che i colpi alle finestre siano stati sparati da poco.
Poi, superato il primo sgomento, si riesce ad apprezzare l’architettura delle case turche, vero catalogo di ogni forma possibile di finestra ad arco e archeggiatura, dal quale paiono attingere anche i progettisti impegnati nella ricostruzione della città, oltre che nella ristrutturazione in versione hollywoodiana del Dahlk hotel.
Alcuni degli edifici della parte vecchia sono sorprendentemente belli, oltre che curiosi per via delle texture dei blocchi di materia corallina di cui son fatti.
Ma le sorprese non sono finite: anche qui sono numerosi gli hotel nei quali non si coglie segno di vita: l’hotel Savoya affacciato sul porto, l’hotel Torino e molti altri ancora sparpagliati nella città.
Anche l’Adulis Sea Food Restaurant, di fronte alla moschea, versa nel più totale abbandono.
Sempre aperto e in attività il celebre Sallam, con i suoi piatti di solo pesce e pane non lievitato, da mangiarsi rigorosamente con le mani.
Ma, insieme a questa sottile angoscia, Massawa riserva la tenerezza della discrezione dei piccoli mendicanti, insieme alla gentilezza dei negozianti delle poche botteghe aperte, che rispondono in Italiano alla più assurda delle richieste espressa in Inglese (ho ceduto alla voglia di patatine… sarà stato lo sconforto…)
E’ necessario lasciar sedare il senso di scoramento; ripercorrerne le vie la giornata seguente, e magari quella seguente ancora, per riuscire a cogliere il fascino della città, lasciarsi incantare del tutto dalla sua architettura e dalla sua gente e, insieme, sperare che un progetto di tutela possa strapparla presto al suo altrimenti inesorabile declino, senza per questo consegnarla nelle mani di frotte di turisti poco rispettosi.