Lasciata Asmara in direzione di Kohaito, si incontra la cittadina di Dekemhare, già destinata a diventare una sorta di capitale industriale del paese.
Delle fabbriche costruite nel periodo coloniale non rimane molto; si narra anche di stabilimenti smontati e rimontati in Etiopia dopo l’annessione.
Della città colpiscono le serrande sprangate dei negozi e il gran numero di uomini seduti al loro esterno, in attesa.
Forse in attesa che la situazione politica del paese cambi, che l’economia riprenda vigore, che le attività commerciali vengano ristabilite.
Ancora nei pressi della città, a pochi metri dalla strada, sorgono maestosi sicomori; i più vicini fanno da verde pensilina sotto cui fervono le più svariate attività e sostano i passeggeri degli autobus diretti alla capitale.
Procedendo verso sud i villaggi si fanno via via più radi nel paesaggio montuoso; qua e là, nei punti di maggior rilievo, spuntano i campanili delle numerose chiese copte.
Si sale tra pietraie bordate di fichi d’india.
Lontano dalla stagione delle piogge il territorio è segnato solo dall’affiorare delle rocce e dai terrazzamenti dei monti, con le stoppie dell’ultimo raccolto.
Là dove si mantengono delle riserve d’acqua, fervono i lavori agricoli negli orti di cavoli, patate e lattuga.
La terra si lavora con attrezzi rudimentali; l’acqua si trasporta in bidoni a dorso di cammello.
In un paesaggio altrimenti deserto, su una via dove è raro incrociare un veicolo, frequenti sono gli incontri con gruppi di ragazzi diretti o di ritorno dalla scuola.
Sono inconfondibili: ogni gruppetto uno stesso colore per i maglioncini; nella direzione di Kohaito prevale il verde, con profili gialli allo scollo e ai bordi.
Incontrandoli, non si può fare a meno di guardarsi attorno alla ricerca dell’edificio scolastico; non sempre se ne scorge uno nelle immediate vicinanze.
Questo spiega, forse, i calorosi saluti degli scolari nella direzione delle poche auto in transito.
Ady Keyh sembra sbucare dal nulla a circa 100 Km dalla capitale: una cittadina ordinata, ampi viali, costruzioni basse; la maggior parte dei negozi rigorosamente sigillati in ossequio alla crisi economica.
Lungo le vie piccole attività commerciali, vendita di frutta e verdura, gestite da gruppi di ragazze sedute sui marciapiedi.
Un albergo recente, discreto, alle porte dell’abitato attende i pochi turisti che, giunti fin qui per visitare i siti archeologici, intendono pernottare in città.
La corrente, prodotta da un generatore a gasolio, viene erogata solo dalle 19 alle 23 e alcune ore la mattina. Vale la pena di godersi le ultime ore di luce suscitando la curiosità dei bambini e facendoli giocare con il monitor della macchina fotografica; poi, quando sta per fare buio, gustarsi la penombra di un locale, sorseggiando l’immancabile tè.
Difficile immaginare in questo posto remoto altra forma di svago serale.
La burocrazia dei permessi necessari per uscire dalla capitale, e visitare i diversi siti archeologici, prevede, una volta arrivata la luce, di recarsi al locale ufficio del turismo e mostrare le dovute carte a un cordiale giovane funzionario, probabilmente un mutilato della guerra recente, più interessato alle impressioni sui luoghi che ai permessi. Il nostro accompagnatore, autista e guida, ci suggerisce di esprimere apprezzamento, forse solo per dar lui una personale soddisfazione.
Sembra effettivamente contento di sentirci dire che siamo molto liete di essere giunte fin qui.
Anche la regina di Saba è stata qui!
Tra i resti archeologici presenti nell’area di Kohaito, il primo che si incontra, appena fuori dal villaggio, è la “diga di Saphira”, una sorta di grande cisterna per l’acqua realizzata con blocchi di pietra squadrati, secondo alcuni archeologi da far risalire al periodo aksumita, secondo altri una diga di epoca precedente.
A breve distanza, quattro pilastri indicano la presenza di quella che doveva essere una costruzione imponente, e il rimbombo, provocato battendo i piedi sul terreno circostante, rivela la presenza di ambienti sotterranei.
La guida, un signore addetto anche al controllo dei permessi, ci informa che, oltre alla inclemenza dello scorrere dei millenni, il luogo ha incontrato la furia distruttrice dell’esercito etiope, reo di avere abbattuto altri pilastri i cui resti sono sparsi lì intorno sul terreno.
Ancora incerte le vere origini e destinazione dell’edificio: tempio, palazzo imperiale, chissà?
Al di là di un maestoso canyon, facile da aggirare al seguito di quella sorta di stambecco in ciabatte che ci accompagna, è situata la cosiddetta “Tomba egiziana”.
Una costruzione a pozzo scavata nella pietra e coperta da grossi blocchi lavorati, affacciata sulla gola.
Un luogo protetto dall’imponenza del monte Ambasoira, un suolo dai toni bruni punteggiati dal rosso dell’aloe fiorita, dove è facile desiderare di trascorrere il proprio sonno eterno.
Ripercorrendo il tratto di sterrato che conduce alla strada per Ady Keyh si attraversa il villaggio di Kohaito con le sue misere costruzioni accanto alla imponente moschea, e si incontrano alcuni gruppi isolati di tukul, entrambi testimoni del divario tra lo sviluppo dell’antica civiltà e quello presente.
Ultima città prima del confine con l’Etiopia, Senafe mostra i segni del più recente conflitto, della pochezza della mente umana.
Tra i diversi edifici vittima dei bombardamenti si distinguono il palazzo delle telecomunicazioni, divenuto riparo per intrepidi asinelli, e l’ospedale.
Lungo la via passeggiano gruppi di ragazzi sfaccendati, sui marciapiedi sostano numerosi e disoccupati gli uomini; lì intorno camion della C.R.I. carichi di grossi sacchi.
Un bimbo gioca solitario rincorrendo il copertone di una ruota di bicicletta, altri due si affaccendano con un carretto trainato da un asino.
Qui più che altrove l’esperienza della guerra non è ancora superata.
Nei pressi del villaggio di Metera numerosi sono i resti della civiltà aksumita, per lo più ancora da scavare nonostante gli oltre cento anni di ricerche intercorsi tra le prime scoperte, nel 1868, e l’interruzione degli scavi a seguito delle vicende politiche.
In uno splendido paesaggi di campi, massicci rocciosi e cactus spuntano i resti di un palazzo dalle caratteristiche simili a quelle delle costruzioni di Aksum, in Etiopia, come i grandi blocchi di pietra squadrata delle tessiture murarie e le imponenti gradinate.
Di fronte al palazzo una scala conduce ad un locale interrato dal quale si pensa possano dipartirsi tre gallerie, dirette ad altrettante località; una porterebbe addirittura ad Aksum.
Per i non addetti alle questioni archeologiche, probabilmente di maggior suggestione è la stele che si trova nei pressi del palazzo, con inciso alla sommità il simbolo pagano del sole al di sopra della luna crescente.
La stele è stata recentemente ricomposta e nuovamente innalzata, dopo che anche lei fu vittima dell’esercito etiope.
La suggestione del luogo è data dall’incontro tra un maestoso passato lontano e un più modesto presente, tra i resti archeologici e la vita di oggi: c’è chi, intento ai lavori agricoli nei consueti campi di sassi, si volta a salutare; ci sono le forme dorate e tonde dei covoni di paglia, ordinatamente disposti entro bassi recinti di pietra scura; c’è l’immancabile funzionario governativo che controlla i necessari permessi, facendosi accompagnare dalla giovane figlia come interprete; ci sono i colori degli abiti svolazzanti delle ragazze che giocano tra loro, mentre attingono l’acqua dal pozzo con i caratteristici bidoncini di plastica gialla.