Ho soggiornato in questa splendida isola yemenita nell'aprile 2009.

Molte agenzie di Sana'a e Socotra organizzano il tour dell'isola, che richiede almeno 6-7 giorni. 
Noi ci siamo rivolti all'agenzia Socotraguide.com, che ci ha fornito fuoristrada, autista-cuoco, guida e tutto il necessario per trascorrere una bellissima settimana in giro tra canyon, wadi e spiagge.
Lungo la costa si percorre una strada asfaltata in ottime condizioni. 
All'interno le strade sono sterrate e si arrampicano sulle montagne e lungo gli wadi.
I tratti da percorrere sono tutti piuttosto brevi e non c'è davvero traffico.
In aprile fa piuttosto caldo, la temperatura dell'acqua è ottima e gli alberi bottiglia sono in fiore.

L'ISOLA DOVE NON C'E'… 
di Tiziana Lazzaretti

Non c’è il gas, quando arriviamo; esaurito. 
Di lì a qualche giorno la notizia corre: “E’ arrivata la nave col gas!”.
L’arrivo del prezioso carico mette fine, almeno per un po’, alla raccolta di rami secchi e sterpaglie da bruciare nel fuoco di casa; muta il paesaggio lungo la costa verso sera, tra mare e montagna, nei campi di sassi, arbusti e capre, dove al tramonto non si scorgono più uomini, donne e bambini, chini nella raccolta, e dove lungo la via non attendono e non si ribaltano più i furgoncini da caricare a legna.

Non c’è un albergo fuori Hadibou. 
Sull’isola ci si inerpica sui monti per fermarsi a guardare di sotto; si esplorano grotte di stalattiti, muschio e pipistrelli; si lascia scorrere il tempo perdendosi in un mare senza onde. 
Ma la notte non c’è tetto a riparare dalla luna piena. 
La luce filtra attraverso le pareti sottili della tenda, nei pressi di un rivo, tra le dune sulla spiaggia o nei rustici campeggi con le verande fatte di palme o coralli e uno striminzito bagno in cui l’acqua può anche scorrere a secchi.

Non c’è ristorante lasciato quello dell’albergo in città, con i tavolini sulla strada e le capre spazzine che, esauriti i tovagliolini di carta, siedono a tavola per spartire la colazione.
Poche provviste, un pesce al porticciolo del villaggio e si cucina lungo la via: pesce arrostito, riso bollito e pasticcio di verdure stufate in salsa piccante. C’è anche del pollo nel menù del campeggio di Dicsam dove, come alla spiaggia di Aomak, la cucina compete agli uomini dello staff. Non ci sono donne in cucina a Socotra.

Non c’è un cane nelle strade polverose della città fatta di case a metà, che aspettano di crescere, con i ferri sporgenti dal cemento dell’ultimo piano; non c’è nei villaggi di casine di pietra, con un grazioso cortile intorno all’unico albero, recintato per impedire alle capre di mangiarsi l’ombra; non c’è sui sentieri scoscesi delle montagne pietrose e nemmeno tra le palme degli uadi; non ci sono sulle spiagge bianche, con i granchi gialli, giganti, che la sera sbucano fuori dalle tane a cucuzzoli per giocare con le onde.
Qualcuno ci dice che non c’è un solo cane in tutta l’isola, e scarseggiano pure le galline. Le uova arrivano con la nave, insieme al gas.

Non c’è un delfinario sull’isola. Si prende una barchetta a Qualanisya, diretti a Shoab con un marinaio che per la via d’acqua porta a casa l’amico, in un villaggio dove non si arriva altrimenti. Ad un tratto i due indicano delle sagome scure lontane. 
La barchetta ci si infila nel mezzo piano piano, e i delfini si fanno tutto intorno a decine; procedono in gruppi serrati, fanno a gara a chi si innalza di più, a chi s’avvita più volte. 
E si rituffano sotto, prima di lasciarsi fermare in uno scatto. Sulle rocce tre uccelli neri appuntiti osservano impassibili.

Non c’è attrezzatura da spiaggia. Il tempo scorre piano, al cospetto del solo mare. 
L’acqua cambia colore più in fretta del correre delle nuvole in cielo, e si dispone giallo, verde, azzurro, blu, da niente e nessuno disturbata. 
Occorre portarsi un ombrello, per non sentirsi friggere il cervello.
E prestare attenzione quando si cammina nella laguna, tra le grandi razze nere dalle ali spiegate e gli aculei velenosi.
Da un villaggio vicino a Dihamri, arrivano alcuni bambini poco molesti. Portano sedie fatte di una striscia tessuta in casa, forse in vendita forse no. Siedono un poco discosti, osservando lo spettacolo di chi osserva il mare. Insieme si può giocare a rincorrere i granchi, quando viene l’ora.

Non c’è aria fesca all’università. Gli studenti siedono al piano terra di un edificio come tutti gli altri in città. Le finestre son porte che si aprono sulla via. Nell’aula, che pare una bottega, ragazzi e ragazze siedono compunti insieme, a dispetto di chi li vorrebbe separati in un paese dove le donne vanno vestite da cornacchie. 
Noi guardiamo da fuori, curiosi. Gli studenti della facoltà di lingue si trasformano in guide all’occorrenza, forti del loro Inglese, di un poco di botanica e geologia. Li si va a prendere direttamente in aula, facendo cenni dalla via. 
Tra una settimana c’è un esame; non importa, torneremo in tempo e basteranno alcune fotocopie appresso per ripassare. 
Un salto a casa per il bagaglio: due minuti e un sacchetto di plastica con quanto serve. Al posto dei jeans quella gonna lunga annodata in vita, la cintura alta, che rende gli uomini così eleganti e li fa stare parecchio più freschi. 
Un autista e uno studente: cuochi, guide, compagni e narratori di storie la sera, quando intorno non c’è che la luna, insieme a qualche capra.
Vagabondando per l’isola, capita di sostare in un posto affollato, con altri quattro o cinque turisti, e allora le storie si fanno fitte, raccontate da qualcuno che beve vodka da una lattina di frutta sciroppata o, molto meglio, da un fotografo inglese di guerra, venuto qui, non si sa perché, a ritrarre gli alberi nella luce della luna.

Non c’è un albicocco a Socotra; ci sono alberi strambi che crescono solo lì. Alcuni somigliano a grandi ombrelli, con rami intricati, compatti a reggere una chioma verde, di un verde più chiaro nelle infiorescenze. Sono gli alberi del sangue di drago: la corteccia trasuda incenso profumato. Le loro sagome che spuntano dalle roccia rendono fascinoso il paesaggio all’imbrunire, insieme agli scheletri scuri dei Frankincense nei boschetti sul Dicsam plateau.

Ci sono gli alberi bottiglia, che assomigliano a dei barbapapà, un cappellino di fiori rosa ad ornargli la testa. Crescono sulle pendici dei monti, isolati e a boschetti, lungo i sentieri; spuntano tra gli arbusti e sulle rocce, buffi e goffi che viene voglia di abbracciarli.

Molto altro ancora non c’è su questa isola.

Ci si arriva solo in volo da Sanaa, la capitale dello Yemen, dove occorre fare sosta in attesa della coincidenza, ed è consigliato trascorrere un po’ di tempo, a dispetto di attentati e rapimenti, per meravigliarsi delle sue architetture a merletti e di chi le abita.

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